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Il “teatro minimo angolano”

Il teatro minimo angolano affonda le sue radici nella Filodrammatica T.A. (Teatro Abruzzese), fondata da Alessandro Berarducci negli anni del dopoguerra quale voce della sua rigogliosa produzione teatrale dialettale e lodevole tentativo di diffondere la conoscenza del vasto e fecondo repertorio di autori dialettali abruzzesi nella regione ed oltre i suoi confini.

Nel 1961, dietro impulso di Gianni Allegro – che concepì e tenne a battesimo il nuovo gruppo teatrale – e per diretto coinvolgimento dei fratelli Castagna affiancati da volenterosi giovani professionisti che all’arte teatrale dedicavano cuore e mente, si costituisce il teatro minimo angolano col preciso intento di ridare vita alla tradizione del teatro dialettale di Città S.Angelo.

Ma è nel 1968, esattamente il 12 Ottobre, che la compagnia si costituisce legalmente con atto notarile e assume veste giuridica “per operare in piena libertà e in perfetta comunione di sensi”.

L’attività che il t.m.a. svolgerà da questo momento stabilirà e manterrà vivo, attraverso il linguaggio teatrale e nella forma di espressione artistica più diretta, un contatto tra gli autori più rappresentativi del Teatro ed il pubblico della cittadina abruzzese, che fin dal lontano 1856 aveva saputo dotarsi di una funzionale ed elegante ”sala da spettacolo ove la morale, non in precetti ma in azione parlasse e si insinuasse” al fine di elevare il popolo.

Con La fiaccola sotto il moggio di G. D’Annunzio, rappresentata in occasione della celebrazione del novantennio dell’Istituto Magistrale “B. Spaventa” di Città S.Angelo, ha infatti inizio un’intensa attività teatrale che vedrà ineguagliabili protagonisti i fratelli Mario e Gino Castagna i quali (affiancati da un cast d’eccezione formato da Annamaria Ceresano,  Lina Giansante,  Madera Carota, Luciana Ruggeri, Rosanna e Bruno Boschi) con la loro bravura e il loro entusiasmo spingeranno diversi giovani, tra i quali Ettore e Gianni Mazzocco, Anna De Camillis, Sergio Spinelli, Sandra Di Carlo, ad avvicinarsi al .m.a.. Sarà questo il momento più intenso e ricco di produzione che riporterà in auge le opere di A. Berarducci unitamente a quelle di Francesco Di Giampietro – altro ispirato commediografo angolano – e di numerosi autori di respiro nazionale ed internazionale, con l’allestimento di opere quali: Il pellicano ribelle di Enrico Bassano, Mokinpott di Peter Weiss, “Spoon River”di Edgard Lee Master, “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello, Opere di bene di G. Gazzetti, Il Dottor Kreutzingher di MDA e numerosi altri spettacoli di prosa, recital di poesie e monologhi .

Nel 1975 un atroce destino priverà il t.m.a. dei suoi due massimi rappresentanti ed ispiratori: Mario e Gino Castagna moriranno nello stesso giorno. La compagnia,disorientata da simile tragica circostanza, subirà un forte sconvolgimento dal quale stenterà a riprendersi. Seguirà un lungo periodo di quasi inattività alla ricerca di nuovi talenti e soprattutto dello spirito giusto per riportare il t.m.a. agli antichi splendori, impresa resa più difficile dalla mancanza del Teatro Comunale eternamente inagibile.

Oggi per lodevole impegno della Fondazione Polidoro di Città S.Angelo – Ente Morale che promuove cultura ormai da più di quattro lustri – e grazie alla sua ritrovata maschera, impersonata dall’eclettico Ettore Mazzocco, il t.m.a., coniugando l’antico col nuovo, è tornato al pubblico di casa ed a quello abruzzese portando in scena Lu pene di chese e lu pene di piazze e La bon’aneme, opere teatrali di Alessandro Berarducci ; Massére si fè li prove, Oh, con che cuore!, A tavola non si invecchia… perché si può morire giovani , Lu Mahère, La piazzette, La paje accant’a lu foche.., Ma… si fusse appiddavère?, atti unici, farse e commedie di Massimo D’Arpizio che traggono ispirazione da accaduti, detti e proverbi locali e ripropongono brani desunti dai sonetti di Vincenzo Ranalli, notaio di professione ed arguto poeta angolano che agli inizi del ‘9oo con i suoi versi salaci seppe tratteggiare vivaci acquerelli di vita paesana.
Il 6 Novembre 2010 il destino si accanirà di nuovo contro il t.m.a. privandolo della sua anima, del suo figlio più illustre, Massimo D’Arpizio, scrittore e regista che si era prodigato perché la compagnia riprendesse la sua strada anche con l’apporto delle nuove entusiaste giovani leve.